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(07/07/2006)
INTERVISTA ALLA PRESIDENTE DI COI SUL "GIORNALE DELL'ODONTOIATRA"
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STUDIARE PER AIUTARE Di Norberto Maccagno Giornale dell'Odontoiatra Nasce all’Università di Torino con la collaborazione di COI - Cooperazione Odontoiatrica Internazionale - uno specifico Master biennale finalizzato alla formazione in questo settore rivolto ai neo laureati in odontoiatria e igiene dentale o comunque a coloro che vogliono orientare la loro attività verso contesti sociali svantaggiati. Esperienza unica in Italia il Master (si veda il box in questa pagina) si pone l’obiettivo di approfondire le tematiche relative alla cooperazione internazionale e alla solidarietà verso le popolazioni svantaggiate per rendere il loro impegno umanitario più adeguato all’ambito operativo di impiego e più efficace ed efficiente. Ne abbiamo parlato con il presidente del COI Dott.ssa Jennifer Sardo Infirri, colloquio che ci ha permesso anche di fare il punto sulla cooperazione odontoiatrica. Perché un Master in sviluppo della salute orale nelle comunità svantaggiate e nei PVS? Mentre da alcuni anni vi è una offerta formativa qualificata sulle problematiche socio sanitarie e sulla cooperazione in tanti campi, abbiamo notato come manchi e non solo in Italia, una proposta formativa post universitaria che si rivolga espressamente agli operatori interessati ad operare come volontari, cooperanti o come privati nel campo della salute orale in favore delle comunità svantaggiate del nostro Paese (anziani, disabili, migranti, nuovi poveri, ecc.) e dei PVS. Nei ricchi paesi industrializzati e nei paesi in via di sviluppo esiste ed è in costante crescita una situazione di disagio relativa alla salute orale con molti bisogni insoddisfatti che necessitano di interventi a vari livelli con operatori non solo motivati, ma anche professionalmente e specificamente preparati. Ecco il motivo per cui dall’incontro tra le esperienze e le motivazioni di due realtà come l’Università di Torino ed il COI è nata la proposta del Master universitario. Perché nei paesi poveri una patologia, mi permetta abbastanza banale, come quella odontoiatrica diventa più pericolosa che nei paesi industrializzati? Questo si deve principalmente al fatto che le patologie odontostomatologiche raramente mettono a rischio la vita, pur interessando il 100% degli individui. Ciò non toglie che esse siano a volte molto serie nel momento acuto e che la loro gravità sia maggiore quando interessano bambini e anziani nei quali la vulnerabilità è massima o si manifestano durante la gravidanza o in prossimità del parto. I farmaci possono risolvere il momento acuto, ed a volte sono indispensabili, ma soltanto l’intervento di un dentista o di un operatore sanitario opportunamente addestrato può risolvere stabilmente la patologia e fare in modo che non si ripresenti. Infatti carie destruenti, pulpiti, ascessi che sono le patologie più frequenti possono manifestarsi per ogni dente e più volte. E’ evidente quindi che nei paesi più poveri, per la carenza di farmaci e presidi sanitari, un banale ascesso può portare alla morte gli individui più fragili. Un problema che però non viene considerato molto spesso nella programmazione degli interventi sanitari di cooperazione. Come mai? Noi crediamo che questo sia dovuto al fatto che alle nostre latitudini il bisogno di salute orale si esprime in maniera differente senza quasi mai comportare un rischio per la vita e che,per le fasce di popolazione più disagiate la soluzione consiste nella terapia farmacologica, piuttosto che negli interventi del dentista, sempre molto cari. Il fatto, poi, che le cure alla bocca abbiano una valenza anche estetica rafforza paradossalmente la convinzione che queste non siano poi così necessarie. E’ quindi un’errata impostazione culturale di fondo che impedisce di inquadrare correttamente la tematica della salute orale, prevedendo questa componente negli interventi sanitari nei paesi poveri. A queste considerazioni c’è da aggiungere soltanto che da noi la condizione del cavo orale rappresenta uno dei più importanti indicatori di esclusione sociale. Quale può essere l’approccio corretto al problema? La nostra esperienza testimonia quanto sia necessario un approccio differente e più consapevole per poter pianificare e prevedere l’indispensabile componente odontoiatrica negli interventi sanitari sia di emergenza che di sviluppo. Durante l’attivazione dei nostri progetti, in particolare modo in quelli nel Sud del mondo, ci si trova di fronte a situazioni drammatiche. Questo accade anche perché gli operatori sanitari non ricevono quasi mai la necessaria preparazione. Infatti, anche il chirurgo più valido o più spesso un infermiere di un posto di salute rurale, di fronte ad una radice da estrarre, magari sede di un focolaio acuto o cronico di infezione non sa neppure quale pinza utilizzare o dove e come praticare l’anestesia. Si trova costretto quindi a tentare di risolvere il problema con un farmaco, se ne ha la disponibilità, posponendo un problema destinato a ripresentarsi in forma senz’altro più grave. Quindi il primo obbiettivo è quello di organizzare l’assistenza odontoiatrica. E come? E’ necessario prevedere e creare le condizioni per poter eseguire almeno la bonifica del cavo orale quando questa sia indispensabile. L’OMS ha individuato un approccio chiamato Basic Oral Package, che noi condividiamo e applichiamo formando il personale locale. Questo consiste in: trattamento di emergenza per dolore acuto e gravi infezioni (estrazioni, drenaggi), dentifrici fluorati a basso costo (la più semplice delle misure di prevenzione), ART (Tecnica manuale per la preparazione e otturazione di cavità cariose). Questa tecnica consiste nella preparazione delle cavità cariose del dente con strumenti manuali e dell’otturazione con vetro- ionomero autoindurente.Ovvi sono i vantaggi come il fatto che non necessita di elettricità e acqua, non serve una poltrona odontoiatrica e può essere eseguita facilmente dal personale locale. Inoltre il cemento vetroionomero è un materiale aderisce alla cavità senza la necessità di una preparazione ritentiva, non necessita di un isolamento accurato del campo, è autoindurente, rilascia fluoro ai tessuti, può essere usato come sigillante, ed è economico. Cosa non certo irrilevante. Con questo vuole dire che spesso si sbaglia l’approccio all’intervento solidale? Bisogna contestualizzare l’intervento al luogo dove dobbiamo effettuarlo. Non è praticabile ed è concettualmente sbagliato pensare di trasferire le attrezzature, gli strumenti e modalità dell’odontoiatria che si esercita comunemente alle nostre latitudini in contesti totalmente differenti. Gli errori commessi ce lo hanno insegnato. Spesso dobbiamo agire in località rurali dove mancano luce, acqua potabile. In questi luoghi utilizziamo perciò un set standard di strumenti semplificati, sicuri, multiuso, multifunzionali, sterilizzabili facilmente tramite ebollizione e utilizzo di ipoclorito di sodio, concepiti e pensati per il personale sanitario locale. Si tratta di 30 strumenti in tutto ad uso manuale con i quali è possibile affrontare: estrazioni non complicate, otturazioni semplici, scaling ( rimozione del tartaro), drenaggi. Torniamo quindi al concetto di partenza della necessità della preparazione degli operatori alla cooperazione. Molto spesso è più utile una prima pianificazione effettuabile attraverso accurati sopraluoghi che la corsa ad accaparrarsi attrezzature e materiali che si rivelano poi inutilizzabili.
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